Il cancro ovarico rappresenta circa il 30 per cento di tutti i tumori maligni dell’apparato genitale femminile e occupa il decimo posto tra i tumori nelle donne, con il 3 per cento dei casi complessivi.
Da punto di vista istologico, i tumori maligni dell’ovaio sono di tre tipi: epiteliali, germinali e stromali. Le forme epiteliali hanno un’incidenza del 60 per cento e colpiscono donne sia in età riproduttiva sia in età avanzata. Le forme germinali, invece, sono diagnosticate nel 40-60 per cento dei casi in donne di età inferiore a 20 anni.

Attualmente non sono riconosciute attività efficaci nella diagnosi precoce del tumore ovarico. Le evidenze scientifiche identificano tre categorie di fattori di rischio: ormonali, ambientali e familiari. Di tipo ormonale, legati in particolare all’ovulazione, sono i principali fattori di rischio delle forme epitelio-stromali. Una maggiore probabilità di ammalarsi si osserva nelle donne in menopausa trattate con terapia ormonale sostitutiva (estrogenica) per almeno 10 anni; viceversa si osserva un decremento del rischio in relazione a un alto numero di gravidanze portate a termine, all’allattamento al seno e all’uso prolungato di contraccettivi orali.

Il 5-10 per cento dei tumori dell’ovaio sono di tipo eredo-familiare e trovano riscontro in mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 che implicano, inoltre, un’associazione fra carcinoma ovarico e tumore mammario.

Sintomi

I sintomi del tumore ovarico sono spesso non specifici e tardivi; a causa di ciò, circa il 75-80 per cento delle pazienti presenta, al momento della diagnosi, una malattia in fase avanzata. Solo nel 10 per cento dei casi – il più delle volte in occasione di controlli ginecologici routinari – la scoperta della neoplasia avviene quando essa è limitata agli annessi. Nel restante 10 per cento dei casi la diagnosi viene effettuata quando la malattia è ancora circoscritta alla pelvi.

Nella maggior parte dei casi ci si rivolge al medico in seguito a sintomi riconducibili alla presenza di malattia avanzata, come una massa addominale o ascite (cioè un accumulo di liquido nell’addome legato, sovente, a carcinosi peritoneale).

Diagnosi

Per giungere a una diagnosi definitiva si rendono necessarie indagini quali ecografia trans-vaginale e dosaggio dei marcatori sierici. La valutazione dell’estensione della neoplasia al peritoneo o a distanza può essere ottenuta attraverso l’esecuzione della tomografia assiale computerizzata (TAC). Nella stadiazione pre-chirurgica può essere svolta una laparoscopia per identificare le pazienti con più elevata probabilità di trarre vantaggio da un trattamento medico preoperatorio.

Cura

L’intervento chirurgico, oltre che utile per la diagnosi e la stadiazione, è parte integrante della terapia del carcinoma dell’ovaio. La metodiche utilizzate sono la laparotomica e la laparoscopica.
Nelle pazienti affette da tumore ovarico in stadio iniziale, con malattia confinata alla pelvi, una chirurgia radicale è curativa nel 70 per cento dei casi. Poiché persiste un 30 per cento di rischio di recidiva, si rende necessario un trattamento chemioterapico adiuvante. In casi selezionati (paziente in pre-menopausa con desiderio di prole) è possibile prendere in considerazione un trattamento chirurgico conservativo (conservazione di utero e annesso controlaterale) per preservare la capacità riproduttiva.

Nel carcinoma ovarico in fase avanzata, la chirurgia ha il compito di asportare tutta la neoplasia visibile (chirurgia citoriduttiva), oltre a valutarne l’estensione. Negli stadi avanzati inoperabili al momento della diagnosi è possibile prendere in considerazione la chemioterapia neoadiuvante, seguita da una chirurgia di seconda istanza.
Tutte le pazienti in stadio avanzato sono candidate a chemioterapia adiuvante.