Il tumore della mammella è la neoplasia più frequente nel sesso femminile e interessa circa una donna su dieci nella popolazione italiana.
Fra i differenti fattori di rischio per questo tipo di malattia, la familiarità è sicuramente quello più rilevante ed è presente in circa il 10-15% di tutti i tumori della mammella.

Nell’ambito di una parte di questi casi, definiti “ereditari”, la suscettibilità allo sviluppo della malattia viene trasmessa di generazione in generazione attraverso il patrimonio genetico. Principali responsabili sono i due geni BRCA1 e BRCA2; altri geni sono attualmente in corso d’identificazione o di studio. Le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 si associano a un rischio di malattia pari al 60-80% nell’arco della vita. Tali mutazioni conferiscono anche un rischio di tumore ovarico/tubarico pari al 20-40%.

Indipendentemente dal sesso, ogni individuo portatore di mutazione del BRCA1 o del BRCA2 ha una probabilità del 50% di trasmetterla alla prole. Per questo motivo gli individui con tumore ereditario appartengono molto spesso, ma non necessariamente, a famiglie con altri membri affetti dallo stesso tipo di malattia, che può insorgere in età precoce (premenopausale) e in maniera bilaterale più frequentemente rispetto al tumore non ereditario.

Il test genetico

È disponibile un test genetico in grado di identificare le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2. I benefici associati a questo tipo d’indagine si traducono, per il paziente e gli altri familiari portatori della mutazione, in programmi di sorveglianza e riduzione del rischio che hanno lo scopo di diagnosticare l’eventuale malattia in fase iniziale, aumentando le probabilità di guarigione completa (sorveglianza clinica e strumentale) e/o di ridurre il rischio di malattia (chemioprevenzione e chirurgia profilattica).

Il test genetico è effettuato, su DNA estratto da un prelievo di sangue periferico, dagli specialisti dell’unità di Immunologia e diagnostica molecolare oncologica.

Il primo test genetico “completo” viene sempre proposto al familiare con malattia più indicativa di una possibile ereditarietà. Ciò permette di massimizzare la probabilità di identificazione di una mutazione e, di conseguenza, la possibilità di offrire un test “specifico” ai familiari che siano interessati a conoscere il loro rischio di malattia.

È importante sottolineare che l’identificazione di una mutazione in un soggetto sano si associa a un rischio maggiore di malattia rispetto alla popolazione generale ma mai alla certezza di svilupparla. In altre parole, i portatori di mutazione non sono necessariamente destinati ad ammalarsi.

Risultati del test genetico

Il test “completo” può dare due tipi di risultato:

  • informativo (o positivo), quando viene identificata una mutazione che verosimilmente predispone all’insorgenza della malattia nella famiglia di appartenenza. L’analisi di questa specifica alterazione può essere proposta agli altri membri della famiglia.
  • non informativo. Questo tipo di risultato, di gran lunga il più frequente (circa l’80-85% dei casi), può essere dovuto alla mancata identificazione di mutazioni o, più raramente, all’identificazione di varianti del DNA alle quali attualmente non è possibile attribuire un significato clinico certo. È importante sottolineare che il risultato non informativo non esclude la possibile ereditarietà della malattia. Semplicemente, in questi casi non è possibile mettere in luce l’alterazione molecolare predisponente. Di conseguenza, la probabilità che il paziente sia affetto da una forma tumorale di tipo ereditario rimane quella stimata in sede di consulenza genetica, sulla base dell’anamnesi oncologica personale e familiare. È in relazione a tale stima, pertanto, che vengono identificate le misure di sorveglianza e/o prevenzione più opportune.

Anche il test “specifico” può dare due tipi di risultato:

  • positivo, quando nell’individuo che si è sottoposto al test è stata identificata la mutazione presente nella famiglia di appartenenza. A fronte del rischio aumentato di malattia che questa persona presenta, vengono discusse le misure più appropriate di riduzione del rischio/diagnosi precoce.
  • negativo: in questo caso non è stata riscontrata la mutazione presente nella famiglia, pertanto l’individuo, pur appartenendo a una famiglia a rischio, ha una probabilità di malattia paragonabile a quella della popolazione generale.

Gestione dei soggetti a rischio clinico

I protocolli di sorveglianza della mammella sono finalizzati alla diagnosi precoce e prevedono l’utilizzo della risonanza magnetica nucleare, oltre alla mammografia e all’ecografia, con tempistiche generalmente ravvicinate e modulate in funzione della specifica situazione personale e familiare.

Le strategie di riduzione del rischio di tipo chirurgico prevedono l’asportazione delle tube e delle ovaie in età perimenopausale e comunque, in ogni caso, a completamento del desiderio riproduttivo. Tale opzione, di norma consigliata alle portatrici di mutazione BRCA1 e BRCA2, oltre a ridurre al minimo il rischio di cancro ovarico, per il quale non esistono metodiche di diagnosi precoce, riduce anche il rischio di carcinoma della mammella. Queste e altre opzioni di riduzione del rischio, come ad esempio la chemio-prevenzione o la mastectomia profilattica, vengono discusse in sede di consulenza evidenziando i benefici e gli svantaggi di ogni singola alternativa.

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